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Il Riccio Il Riccio
Il Riccio Il Riccio Il Riccio
Il Riccio
Il film di cui parleremo questo mese è Il riccio film diretto da Mona Achache e liberamente ispirato al bestseller internazionale L'eleganza del riccio di Muriel Barbery.
Qui, in una Parigi che serve solo da cornice alle vicende narrate, vive e lavora in un elegante stabile abitato da famiglie dell’alta borghesia, Renée Michel: vedova, burbera e sciatta, sempre intenta a guardare la televisione in compagnia di un grosso micione sonnolento, incarna perfettamente lo stereotipo della portinaia. Celato gelosamente a tutti è però il suo grande interesse per la lettura, la musica, la filosofia, e l’arte che coltiva da autodidatta con passione ed intelligenza. Celato poiché Renèe vuole dare agli altri l’immagine che gli altri si aspettano di rivedere in lei, la sua totale invisibilità. Renèe è però una donna ricercata, ama consumare tè pregiati (interessante la scena in cui la sua unica amica viene assunta per il lavoro di domestica dal nuovo inquilino del palazzo e lei, per festeggiare la buona sorte, le offre una tazza di tè bianco) che prepara in una splendida teiera in ghisa, conosce molto bene il cinema e la cultura giapponese e ama accompagnare le sue letture con tè e cioccolato amaro che imparerà da Paloma, a far sciogliere sulla lingua. Qualche piano più su abita Paloma, una bambina di undici anni arguta e sagace decisa a suicidarsi il giorno del suo dodicesimo compleanno, l’unica ad essersi accorta che sotto all’immagine stereotipata della portinaia si nasconde la vera essenza della donna, quella di una persona curiosa, profonda e speciale.
Un giorno irrompe nelle loro vite un nuovo vicino di origine giapponese, Kakuro Ozu, un uomo elegante e raffinato, dai modi gentili e dalla voglia di conoscere chi si trova a vivere intorno a lui. Sarà grazie a lui che Madame Michel e Paloma si incontreranno e si riconosceranno come anime simili nella loro sensibilità e approccio al mondo. Splendida in tal senso la scena in cui Paloma si reca a casa del signor Ozu e discute con lui davanti ad una tazza di tè di come la vera natura della custode si celi sotto aculei acuminati simili a quelli di una riccio, su come la sua eleganza traspaia a tratti ma venga gelosamente dissimulata agli occhi di tutti.
Non resta altro da dire se non consigliare a tutti di leggere il romanzo da cui è stato tratto questo film e di assaporarne l’essenza nella trasposizione cinematografica che è derivata per farsi trasportare attraverso i gesti delicati ed eleganti dei protagonisti in un mondo magico fatto anche di tazze di tè.

Allora beviamo una tazza di tè. E come Kazuko Okakuro, l’autore del “Libro del tè”, che si addolorava per la rivolta delle tribù mongole nel XIII secolo, non perché avesse causato morte e afflizione, ma perché aveva distrutto l’arte del tè, il più prezioso tra i frutti della cultura Song, anch’io so bene che il tè non è una bevanda qualunque. Quando diventa rituale, rappresenta tutta la capacità di vedere la grandezza nelle piccole cose. Dove si trova la bellezza? Nelle grandi cose che, come le altre sono destinate a morire, oppure nelle piccole cose che, senza nessuna pretesa, sanno incastonare nell’attimo una gemma di infinito? Il rituale del tè, quel puntuale rinnovarsi degli stessi gesti e della stessa degustazione, quell’accesso a sensazioni semplici, autentiche e raffinate, quella libertà concessa a tutti, a poco prezzo, di diventare aristocratici del gusto, perché il tè è la bevanda dei ricchi così come dei poveri, il rituale del tè, quindi ha la straordinaria virtù di aprire una breccia di serena armonia nell’assurdità delle nostre vite. Sì, l’universo tende segretamente alla vacuità, le anime perdute rimpiangono la bellezza, l’insensatezza ci accerchia. Allora beviamo una tazza di tè. Scende il silenzio, fuori si ode il vento che soffia, le foglie autunnali stormiscono e volano via, il gatto dorme in una calda luce. E a ogni sorso il tempo si sublima.