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Il sapore del riso al tè verde
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Il sapore del riso al tè verde
Il sapore del riso al tè verde

Taeko Satake è una donna viziata, stufa del proprio rapporto con il marito, sposato con un matrimonio combinato. Mokichi Satake infatti non ha nulla in comune con la sua consorte. È un tipo placido e saggio, semplice nello stile di vita e nel proprio lavoro da impiegato. A far emergere del torpore un rapporto consumato tra sopportazioni e routine quotidiana sarà la nipote dei due coniugi, Setsuko, ribelle rispetto ad un sistema di valori antiquato e già in declino, che rifiuta un incontro prematrimoniale con uno sconosciuto, organizzato dai genitori.
Caratteristica del cinema di Ozu è prendere spunto da una situazione di vita reale o verosimile, in cui ci si può riconoscere, per poi trasmettere sensazioni a volte, come in questo film, tendenti all’ottimismo ma non sempre e per questo consolatorie. Ciò che conta per Ozu è la tragedia del vivere quotidiano, universale, senza tempo, scevra da eccessi melodrammatici, che nonostante il cattivo odore rivela tutto il suo gustoso sapore solo se viene assaggiata, come con una ciotola di riso al tè verde. Questa passione per il tè verde, tipica della cultura giapponese, viene applicata anche alla cucina; la ricetta che tanto ama il protagonista ricorre in tutto il film.
Potrebbe sembrare noioso, dalla trama che concerne le vicisittudini di una coppia borghese, dai movimenti di macchina assolutamente inesistenti, se si escludono un montaggio che collega i primi piani in maniera concitata o più statica a seconda del tenore dei dialoghi o rarissime e impercettibili carrellate sugli interni.Ma da ciò ne deriva una messa a fuoco sui personaggi, sulle loro espressioni stilizzate che riflettono caratteri ben definiti.Come definito è il messaggio di Ozu, rintracciabile nei dialoghi tra Noboru e Setsuko o tra Taeko e Mokichi che rivelano quanto sia impossibile guardare al futuro senza comprendere il passato e quanto nella vita sia importante, ai fini della maturazione, scendere a compromessi mettendo da parte l’orgoglio.
La sua visione è all’interno della famiglia, dei suoi valori che tramontano, in un crepuscolo che si tinge di serenità o di dolore. “Arte del crepuscolo” fu infatti definita in patria la sua, quella di un regista indubbiamente conservatore ma, nella rappresentazione della solitudine e dell’incomunicabilità, paradossalmente non tanto lontano da certa avanguardia europea.
Nella sua filmografia predominano i riferimenti alla famiglia, alla città, alle stagioni, ai crepuscoli.