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Ritratto di signora
Ritratto di signora

Al centro della vicenda c’è Isabel Archer, una giovane americana che lascia il suo Paese per trasferirsi in Europa, dapprima in Inghilterra e successivamente in Italia.
Desiderosa di libertà e di conoscenza del mondo, rifiuta due vantaggiose proposte di matrimonio ma, divenuta ricca grazie all’eredità lasciatale dallo zio, finisce per sposare Gilbert Osmond, un egocentrico snob in cerca di denaro, presentatole da un’amica, M.me Merle. Solo alla fine aprirà gli occhi e si accorgerà degli intrighi di cui è stata l’inconsapevole oggetto, messi in atto da questi due ambigui personaggi, quando il suo destino di solitudine e infelicità si è ormai realizzato.
La storia di Isabel presenta l’incontro-scontro tra due diverse culture, da una parte quella americana, dall’altra quella europea.
Incontriamo per la prima volta Isabel Archer nella sua grande e vecchia casa di Albany, immersa nei libri: questi fino ad ora sono stati il suo unico mezzo di conoscenza della vita, anche se avrebbe preferito «qualsiasi fonte di ispirazione alla pagina stampata». E infatti, lasciata l’America, non tornerà più alla lettura, ma si lascerà affascinare dalla storia, dall’arte e dalla raffinatezza europee.
Il suo occhio attento è sempre pronto a registrare le diverse impressioni prodotte dalla bellezza di Gardencourt, la storica dimora acquistata dallo zio, che a lei appare «come un dipinto realizzato».
Durante il soggiorno a Firenze, il suo entusiasmo per le opere d’arte la commuove fino alle lacrime: vivere in quella città per lei è «quasi come tenere continuamente contro l’orecchio una conchiglia strappata al mare del passato. Il suo perpetuo rombo teneva sveglia la sua immaginazione».Anche le persone che incontra sono viste come fossero ritratti.
Ma, a questo proposito, la figura più ricca e affascinante è senz’altro quella di M.me Merle; l’incontro con M.me Merle è importante anche perché segna la prima fase del processo di iniziazione della protagonista. In quanto donna matura, anch’essa americana di nascita, ma ormai appartenente al Vecchio Mondo, rappresenta per la giovane amica un modello in cui specchiarsi. Questa eroina viene descritta come una creatura dalle aspirazioni illimitate, che vuole scegliere il proprio destino e conoscere «qualche cosa della vita umana più di quello che la gente ritiene conveniente di potergliene dire». Ma poi, contro il parere di chi l’ha resa ricca, dandole così la possibilità di scegliere, e che invano tenta di aprirle gli occhi, sposa Gilbert Osmond.Henry James la ripresenta dopo un netto cambiamento spazio-temporale: sono passati tre anni e la scena si è spostata a Roma. La descrizione della sua abitazione, palazzo Roccanera, e delle sue sale è funzionale allo stato psicologico della protagonista: dietro la facciata di solennità e di squisita ricercatezza, infatti, quegli ambienti trasmettono una sensazione di aridità e oppressione.
Tra le pagine successive, in cui l’autore analizza con grande realismo la sofferenza e la solitudine che si nascondono nell’animo di Isabel, colpisce in modo particolare che il suo slancio verso le opere d’arte e le tracce di storia, se prima significava apertura alla conoscenza e alla vita, ora nasce invece dall’esperienza del dolore; se prima era palpitante attesa della realizzazione di qualcosa di grande, adesso è un rimedio consolatorio.
Nel finale, la storia si salda specularmente al proprio inizio, Gardencourt: dopo il doloroso addio al cugino morente, Ralph , il bacio di Caspar Goodwood, uno dei pretendenti respinti, suggella l’impossibilità di tornare a desiderare e di emergere dalle «acque senza fondo».Si conclude così il romanzo, in modo sospeso e indefinito, ma, come riteneva lo stesso Henry James, veritiero, efficace e commovente.

All’interno di questo grande affresco letterario non possono mancare delle scene interamente dedicate al rito del tè.

"Sotto certi aspetti ci sono nella vita poche ore più piacevoli di quelle dedicate alla cerimonia del tè nel pomeriggio. Vi sono circostanze in cui, sia che si prenda il tè o no - c'è della gente che non ne vuol sapere - quel momento è in sè delizioso. Le condizioni alle quali io penso, incominciando a scrivere questa semplice storia, offrivano un assetto mirabile per l'innocente passatempo. Gli oggetti necessari alla piccola cerimonia erano stati disposti sulla prateria di una vecchia casa di campagna inglese, nel cuore di uno splendido pomeriggio estivo. Una parte del quale era già  trascorsa, ma ancora molta ne rimaneva, ch'era della più bella e fine qualità . Il crepuscolo sarebbe disceso di là a parecchie ore, ma l'empito della luce estiva aveva incominciato a scemare, l'aria s'era addolcita e le ombre s'allungavano sul folto e vellutato tappeto d'erba. Ma a rilento, e la scena spirava quel largo senso di benessere di chi sa di avere ancora tante ore davanti, e che di solito, in una tal ora, ci rende così piacevoli scene come quella. Dalle cinque alle otto corre talvolta una piccola eternità  che, nel nostro caso, non poteva essere che un'eternità  di piacere. Le persone che vi prendevano parte assaporavano quel piacere pacatamente e non appartenevano al sesso che di solito fornisce regolari adepti a una tale cerimonia. Le loro ombre si proiettavano sulla linda prateria, dritte ed angolose: l'ombra, cioè, di un vecchio signore seduto in un'ampia poltrona di vimini, accanto alla bassa tavola dove il tè era servito, e quella di due uomini più giovani che passeggiavano sul prato discorrendo tra loro. Il vecchio teneva ancora in mano la sua tazza ch'era più grande della altre, di tipo diverso, dipinta a vividi colori. E godeva costui del suo contenuto con molta pacatezza, mantenendola per lungo tempo vicino al mento, quasi tutto obliato nella contemplazione della casa".